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Un giorno, nella pioggia


Sempre un passo davanti a me. Mi viene spontaneo pensarlo mentre camminiamo veloci, sotto questa dannata pioggia che ci ha sorpresi all’improvviso. 
Per un attimo, ti volti indietro. Forse vuoi assicurarti che ci sia ancora e non sia finita, faccia avanti, in qualche pozzanghera. Sai bene quanto possa essere maldestra. Mi conosci come le tue tasche, talmente tanto da non conoscermi affatto, alla fine. E sì, Simone. Mannaggia a te. Hai la testa di un carciofo.
«Sbrigati, Vale!» dici ad alta voce mentre ti scansi dalla fronte i capelli bagnati. 
Sembrano addirittura più scuri del solito.
C’è poca luce intorno a noi. Solo i lampioni vincono il buio autunnale. È pomeriggio, ma si sa a novembre il giorno dura il tempo di uno starnuto.
Sbuffo. Sono bagnata fin nelle mutande e vorrei aggiustarmele perché mi sono finite nel sedere. No, va be’ non posso, la figura di merda è dietro l’angolo. Metti che ti giri di nuovo a controllarmi e mi vedi. Non esiste proprio. Soffrirò in silenzio.
La strada somiglia a un videogioco. Isolata e deserta. Ci mancano giusto gli zombie o qualche vampiro. Però non i succhiasangue che vanno tanto di moda. Quelli sono surrogati, un eccesso di zuccheri. Fanno venire il diabete se li guardi per più di cinque minuti. Solo a uno come te, Simone, possono piacere.
Hai il romanticismo elevato all’infinito. E mai rivolto a me. Che scherziamo? Io sono la tua “amichetta del cuore”.
Certe volte fa proprio schifo avere sedici anni. Se ne avessi avuti venti, non me la sarei fatta sotto per rubarti un cacchio di bacio.
Il temporale non accenna a migliorare. I tuoni urlano e la pioggia aumenta. Adesso facciamo fatica a vedere dove mettiamo i piedi. E, infatti, inciampo. Mi salvo per miracolo reggendomi al cancello di una villetta. 
«Simo!» grido, il frastuono dell’acqua è assordante. 
Tu, però, chissà come mai, riesci a sentirmi e corri subito da me. Sei preoccupato, si vede da come arricci il naso. 
«Ti sei fatta male?»
«No, ma stavo per ammazzarmi.»
«Esagerata.»
«Senti cerchiamo riparo da qualche parte. Poi appena spiove ce ne torniamo.»
Ti guardi intorno, senza rispondere. Alla fine, mi prendi per mano e mi trascini con te, dentro una vecchia rimessa abbandonata. C’è puzza di cacca ovunque. Tutta la mia faccia si storce nel disgusto, non ce la faccio proprio a trattenermi. 
«Non iniziare a lamentarti. Ho dovuto improvvisare» esordisci anticipando le mie rimostranze. Sai quanto odi i posti sporchi. 
Alzo le spalle.
«Va be’, fa niente. Sopporterò.»
Strizzo alla meglio i capelli e mi appoggio con una spalla allo stipite di una porta che non c’è. Osservo la via ricoperta di sampietrini, mezza allagata. Le fogne non ce la fanno a raccogliere quel casino. Ho anche freddo adesso. E le mutande, le mutande mi tormentano. Dovrei provare a non metterle. Sai quante rogne eviterei? In fondo, c’è la tizia della 3° E che sta sempre chiappe all’aria. Fa la gioia dei maschi. 
Dietro, ti sento muovere e avvicinarti. Riconoscerei il tuo profumo tra mille altri. Ѐ una questione di pelle, credo. E di desiderio, forse. Io non so bene di cosa si tratti. Non ho mai pomiciato con nessuno. Ma quando mi stai accanto tremo e mi viene una specie di voglia, qui, alla bocca dello stomaco di accarezzarti. Di accarezzarti la bocca e di averla sulla mia. Di averti tutto su di me.
«Ci vorrà un po’ prima che spiova.»
Non so in quale altro modo iniziare una conversazione e annientare i pensieri. Così, me ne esco con la cosa più idiota del mondo: il tempo.
Tu stai zitto per un po’, lo sguardo rivolto all’esterno, una mano infilata in tasca. A quanto pare neanche ti sprechi a rispondere. Tranquillo, io farei lo stesso.
«Vale…»
Sollevo lo sguardo su di te. 
Taci per qualche istante, poi prosegui.
«Perché l’altro giorno ti sei incazzata in quel modo?»
Credevo fosse un caso archiviato quell’incidente e invece te ne esci con la domanda che mai avresti dovuto farmi, nel modo più naturale del mondo. Peccato che io una risposta “più naturale del mondo” non ce l’abbia e non sono neanche capace a improvvisare. O a inventare cazzate, cazzate serie dico. La verità starebbe in una sola parola: gelosia. Gelosia perché quella piccola brunetta si comportava con te come se ti conoscesse da una vita, perché tu le hai dato un pezzo di pizza dandomi le spalle, perché lei ha bevuto dal tuo bicchiere, perché mi ha squadrata dalla testa ai piedi dicendo  con quell’insopportabile accento milanese: “Valentina, è nuovo questo vestito?” e perché senza neanche darmi il tempo di rispondere, ha aggiunto: “E hai anche cambiato pettinatura!”. Tanto per sottolineare quanto fossi cessa, rispetto a lei. La regina degli stronzi. Ma non te lo posso confessare tutto questo. 
Mi fissi perplesso e hai ragione, sto zitta da parecchio. 
«Allora? Me lo dici o no?»
«Simo ma niente, niente di che, è solo che l’altro giorno mi girava male. E poi… poi che ti devo dire?»
Gesticolo e inizio a camminare avanti e indietro. Magari, se straparlo qualcosa di buono esce fuori.
«Perché ti sei incazzata, mi pare ovvio.»
Ma tu non molli la presa. E io ho già finito le cartucce.
«Non mi va di fare questi discorsi» borbotto.
Sospiri, il che significa: sto perdendo la pazienza.
«Vale, non puoi sbroccare dicendo che non vuoi più vedermi, cambiare idea il giorno dopo e pretendere che io non ti chieda spiegazioni.»
Vieni a porti davanti a me. 
Io abbasso lo sguardo d’impulso. Non riesco a sostenere il tuo, capiresti ogni cosa.
«Mi hai fatto sentire come uno stronzo e senza motivo.»
«Okay, mi dispiace. Okay non avrei dovuto ma…»
Mi blocco. Un conato di ansia mi ruba il respiro. 
«Ma?»
Mi circondo le spalle con le braccia.
«… ma quando è arrivata quella io sono sparita per te. Se me ne fossi andata via dalla festa, non te ne saresti neanche accorto.»
«Non è vero e comunque avresti dovuto dirmelo.»
«E certo, per sentirmi rispondere che non sono la tua fidanzata e che non devo fare la gelosa. Bella cosa.»
«Vale non essere assurda. C’è un legame tra noi, non me ne sarei mai potuto uscire così.»
Le ho finite le parole. Se proseguissi, se replicassi l’unica cosa che mi verrebbe da dire è: di che legame parli? Noi siamo sul serio solo amici? Perché io so cosa sento per te, ma tu che senti per me? 
Mi abbracci adesso e mi baci sulla guancia, più volte. Il tuo respiro mi manda in affanno. Fai così anche con le altre amiche? Ho tutti questi dubbi dentro di me ma non ho il coraggio di rivelarteli. 
Ho troppa paura delle risposte.
Non voglio sapere di non essere abbastanza per te.
Non voglio rompere questo stupido e finto e assurdo equilibrio.
Mi stringo a te. Forte. Con gli occhi chiusi.
«Mi perdoni?» bisbiglio.
«Scema, c’è bisogno di chiederlo?»
Mi accarezzi sulla schiena. 
«Ti voglio bene.»
Ho il fiato bloccato. 
«Grazie.»
E me ne esco in modo improponibile. Se vuoi sputarmi, tranquillo. Lo capisco, lo farei anch’io.
Taci per un tempo infinito. Poi, scuoti la testa deluso.
«Certo che sentirsi dire – grazie – dopo quello che ti ho detto è… è deprimente.»
In effetti, come darti torto?
Mi viene da ridere e lo faccio. Sono una deficiente.
«Scusami, davvero scusami. Ti voglio bene anche io, mi sembra ovvio.»
Tu sorridi guardandomi con dolcezza, con quel tuo modo speciale, che a me almeno sembra speciale. 
Mi sfiori una guancia e poi metti un braccio intorno alle mie spalle, facendomi di nuovo voltare alla strada. 
«Non farlo mai più» dici.
«Cosa?» 
«Buttarmi fuori dalla tua vita.»
Resto per un momento in silenzio, con lo sguardo fisso alla pioggia che cade. 
«Okay» rispondo senza cambiare posizione.
«Okay» dici di rimando tenendomi accostata a te.
Io accenno un sorriso e prego il temporale di proseguire ancora per un po’.





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